venerdì 24 aprile 2020

Lo straniero (prima parte)


Nei primi giorni del giugno del 1968 in paese era arrivato uno strano signore. Arrivò sulla piazza con una vecchia auto,  carica di bagagli anche sul portapacchi. L'auto attirò l'attenzione dei ragazzi che stavano giocando a pallone.

Era una Multipla della Fiat, con la carrozzeria bicolore e  le ruote con una fascia bianca. Dall'auto scese un uomo alto, con i capelli imbrillantinati, pantaloni blu e camicia bianca e un fazzoletto rosso nella mano con cui si asciugava il sudore.

Si diresse verso il bar di Silvano, entrò, e chiese un bicchiere di spuma. Silvano lo servì e l'uomo gli chiese, dopo aver bevuto quasi d'un fiato la spuma: "Mi scusi, sto cercando la casa di Demetrio"... "E' quella dietro la scuola elementare ma non ci arriva con l'auto" disse Silvano.

"Lei - continuò Silvano - deve essere quello che ha affittato la casa". "Si, mi chiamo Leonardo, piacere di conoscerla" e tese la mano a Silvano che ricambiò la stretta.

Demetrio era emigrato da un paio d'anni in Belgio in miniera e non tornava mai in paese dove non aveva nessun legame e coi parenti non era mai andato d'accordo. 

Aveva provato a metterla in vendita ma non aveva trovato nessuno disposto a comprarla. Un amico che aveva un'agenzia immobiliare a Forte dei Marmi gli aveva proposto di affittarla, magari solo l'estate o tutto l'anno.

Qualche soldo ce l'avrebbe fatto e Demetrio aveva acconsentito. La casa l'avevano ripulita, dopo due anni in cui era stata sempre chiusa, e messa sugli annunci. E Leonardo l'aveva affittata per 4 mesi d'estate, da giugno a tutto settembre.

L'agente immobiliare era già arrivato un'oretta prima per dare aria alla casa ed entro nel bar. "Eccomi! La stavo aspettando, andiamo?" disse a Leonardo. Pagò la spuma, salutarono Silvano e andarono alla casa.

Sbrigarono le formalità e Leonardo ebbe le chiavi di casa. L'agente lo salutò dandogli il suo biglietto da visita e dicendogli che se avesse bisogno di qualsiasi cosa lo chiamasse.

La casa aveva tre stanze da terra a tetto unite da scale di legno interne. A pianoterra la cucina, al primo piano una camera da letto e un piccolo bagno e al secondo piano un'altra camera.

Leonardo tornò sulla piazza mentre Silvano e altri avventori commentavano l'arrivo dello "straniero".  Per i paesani quelli che venivano dalla piana erano tutti stranieri.

Leonardo chiese a Silvano se c'era qualcuno disposto ad aiutarlo a portare tutti i bagagli visto che da solo sarebbe stata dura.

"Sono disposto a pagare, c'è modo di farmi aiutare?" chiese a Silvano. "Ci sarebbe Camici con i suoi muli - rispose Silvano - E gli costerebbe solo un paio di fiaschi di vino"... " Va bene, grazie - disse Leonardo - Ah posso darle del tu? E anche se mi chiamo Leonardo tutti mi chiamano Leo".

Silvano annuì con la testa, usci sulla piazza e chiamò uno dei ragazzini. "Vai a chiamare il tù zio, e digli che porti i muli deve fà un viaggetto corto".

Dopo poco arrivò, preceduto dal rumore degli zoccoli dei muli, Camici. In realtà si chiamava Eufemio ma in paese lo chiamavano Camici come il mitico fantino di Ribot. Era una presa in giro visto che Eufemio aveva solo muli, una decina. 

E aveva proseguito il mestiere di suo padre. Il mulo era necessario per andare nei boschi e portare a valle il legname, per fare traslochi da paese a paese, per portare sabbia o cemento sulle mulattiere prima dell'avvento della strada asfaltata.

Era un uomo sui sessant'anni, nerboruto, asciutto e il volto segnato dal sole, una vecchia giubba militare e scarponi di vacchetta.

"Che c'ho da fà?" chiese a Silvano. "Devi aiutare questo signore a portare i bagagli alla casa di Demè - gli disse Silvano - Poi per il prezzo ti metti d'accordo con lui".

Leo si avvicinò a Camici tendendo la mano per presentarsi. Il mulattiere lo guardò e gli disse "Dov'è la roba?". Leo gli indicò l'auto. Camici si avvicinò alla macchina mentre i due muli erano fermi in mezzo alla piazza già con i basti montati.

Camici guardò i bagagli poi disse "Va bene, sono due viaggi, con due fiaschi di vino di Silvano e due pacchetti di nazionali te la cavi" e gli tese la mano dopo averci sputato nel palmo.

Leo ebbe un secondo di smarrimento poi gliela strinse. Ma la mano di Camici era nodosa e la stretta era una morsa. Dimenò la mano di Leo in su e in giù tre volte poi la lasciò questa volta sputando in terra.

L'operazione iniziò e dopo un'oretta e un paio di carichi i muli avevano trasportato tutti i bagagli. Camici caricava i basti poi incitava i muli, "Oh, vai!" e loro lentamente partivano verso la casa. 

Leo pagato il dovuto e ringraziato Camici e Silvano per l'aiuto parcheggiò l'auto dietro al chiesa e si avvio verso quella che sarebbe stata la sua casa in paese per quattro mesi.

Si sedette su una sedia in cucina, tirò fuori il pacchetto delle sigarette se ne accese una. Si guardò intorno, la cucina era grande e luminosa e sul pavimento di mattoni rossi c'erano ammassati ma in bell'ordine i suoi bagagli.

Camici aveva fatto un bel lavoro pensò. E non gli era costato nemmeno molto. Andò verso la finestra, guardò fuori e vide il cortile della scuola, la scuola e la cima del campanile che spuntava dai tetti delle case verso la piazza.

Spense la sigaretta in un bicchere, uscì e girò per le stradine del paese. Trovò l'alimentari e comprò poche cose per la cena, un paio di salsicce, un pezzo di formaggio un pezzo di pane.

La Ballina, era il soprannome della padrona dell'alimentari, gli fece il quarto grado. Di dov'era, come mai era in paese... Ah aveva affittato la casa di Demè e perchè?... Era con la moglie? Leo rispose mischiando verità e bugie.

Gli aveva detto che lui era aveva bisogno di una casa per per qualche mese in attesa che fosse pronta la sua nella piane (e non era vero)...che era di Forte dei Marmi e non era sposato ( ed era vero).

Pagò e la Ballina gli disse che se avesse voluto, la prossima volta,  poteva segnare. In paese il segnare era una pratica diffusa e necessaria. 

Si andava alla bottega, all'alimentari come dal macellaio, con un libriccino nero sul quale venivano segnate le spese fatte dal titolare dell'esercizio. E alla quindicina, per chi riceveva un anticipo sullo stipendio o alla mesata si provvedeva a saldare il debito.

Ovviamente ai bar del paese non c'era il libriccino ma pagamento anticipato per evitare che dopo qualche bicchiere fosse difficile riscuotere.

Leo riuscì a sganciarsi dalla Ballina e passò da Silvano. Entrò nel bar mentre a un tavolo stavano giocando a carte tra cristi e madonne. Prese un fiasco di vino, pagò e salutò Silvano.

Entrò in casa che stava facendo buio, accese la luce. Un piccolo lampadario rotondo fatto a piatto, con il bordo blu, con una lampadina fioca.

Consumò la cena, bevve un bicchiere  di vino, chiuse la porta e salì le scale. Nella camera c'era un letto matrimoniale in ferro e un vecchio materasso. Si sdraiò sul letto, spense la luce. Dalla finestra arrivava una piccola lama di luce del lampione davanti alla scuola.

L'odore di muffa non era così forte ma si sentiva. I pavimenti delle camere erano di legno come le scale. E i due odori si confondevano nelle narici.

Leo pensò che avrebbe messo a posto i bagagli il giorno dopo e si addormentò mentre le lucciole iniziavano a danzare nella notte.

(fine prima parte)