venerdì 20 marzo 2020

Mabella


Mia nonna paterna si chiamava Mabella. Era nata il 24 giugno 1904. Era minuta, occhi verdi,  lunghi capelli neri che portava raccolti in una crocchia sulla nuca. 


Vestita sempre di nero, sempre con un grembiule sul davanti, come quasi tutte le donne di quell'epoca. Solo la domenica, quando lei e mio nonno andavano alla messa, aveva una camicetta bianca sotto, con un colletto ricamato da lei. 

Mabelle in francese significa Ma belle, mia bella. Del suo nome diceva che suo padre era stato in Provenza a lavorare qualche anno e quel nome lo aveva colpito. Probabilmente l'ufficiale dell'anagrafe italiana aveva storpiato il nome da Mabelle a Mabella.

Nella casa dove abitavano in una stanza c'era il telaio con cui realizzava tessuti per i vestiti, coperte e lenzuola e che un signore della piana gli commissiona per rivenderli nei mercati. In un angolo c'erano gli attrezzi per cardare e filare la lana.

Me la ricordo china sul telaio e il rumore dei pedali e della spoletta, ritmico, cadenzato. Non ha mai portato gli occhiali nemmeno in vecchiaia. Infilava sempre l'ago, aveva maestria nella lavorazione dell'uncinetto e lavorava con ai ferri per fare calze, maglioni, cappelli e sciarpe.

Avevano un bel gregge di pecore una sessantina e la lana ricavata era la materia prima dei suoi lavori. A volte la colorava con dei bagni in cui faceva macerare delle erbe, dei pezzi di corteccia di castagno, o piccoli pezzi di ferro arrugginito.

E le matasse stese ad asciugare assumevano sfumature leggere, verdi pallidi, ruggine. Le calze e le magliette ( quelle che oggi diremmo della salute) tenevano caldo ma erano anche pungenti, e ti facevano grattare come se avessi i pidocchi.

Non aveva studiato, non era andata a nessuna scuola  ma non so come aveva imparato a leggere e scrivere. Recitava molti canti della Divina commedia a memoria, i Promessi sposi, l'Aminta del Tasso.

Aveva una voce bellissima, intonata e oltre a cantare nel coro della chiesa anche quando era nei campi o in casa ogni tanto intonava qualche canzone. Una in particolare era la sua preferita, "Ma l'amore no" di cui aveva anche un 78 giri che  a volte, la domenica mattina, faceva suonare su un vecchio grammofono. 

Era una cercatrice di funghi e, a volte, mi portava con se nel bosco, mi insegnava i posti dove trovare i porcini e si raccomandava di non dirlo a nessuno. E io mi sentivo depositario di un segreto che era solo mio e suo.

A quel tempo, negli anni sessanta, i boschi di castagni erano ancora coltivati, e le nascite dei funghi a volte erano miracolose. Tutto il paese appena qualcuno li trovava partiva alla cerca come segugi. 

C'era chi era più bravo e chi meno, ma mia nonna era una delle poche che non tornava mai a mani o cesto vuoto. 

I funghi, quasi tutti porcini, li seccava al sole, o sotto sale per oltre che a consumarli freschi, fritti o in umido. C'era chi era più bravo e chi meno, ma mia nonna era una delle poche che non tornava mai a mani o cesto vuoto. 

Avevo 10 anni e quell'anno fu un'annata generosa. 

Un giorno, io e la nonna, ne trovammo quasi 25 chili. Non era come oggi che vi sono limitazioni alla raccolta. Una parte li mettemmo nei cesti, gli altri ne facemmo un bel mucchio, sotto un castagno e li ricoprimmo con le foglie. 

Poi lei mi disse "Io porto a casa questi, tu stai qui nascosto e guarda che non ce li prenda qualcuno. Io torno subito a riprenderli e a riprenderti". Da dove eravamo al paese ci voleva una ventina di minuti di cammino. 

Io conoscevo bene i sentieri del bosco, non avevo paura a rimanere lì da solo. Era pomeriggio tardi, il sole iniziava a calare dietro le creste dei monti. Io ero seduto  al calcio di un castagno vicino al tesoro che avevamo nascosto. Mi sentivo come un cavaliere medioevale a guardia del castello.

Avevo un bastone di legno e un piccolo temperino. Per passare il tempo iniziai a intagliarlo. L'oscurità iniziava a calare ma non mi preoccupavo perché sapevo che mia nonna sarebbe tornata. A un tratto sento uno scalpiccio, e io mi faccio sempre più piccolo dietro il castagno. 

Non sapevo se era mia nonna o un brigante che mi avrebbe preso i funghi e magari impiccato come Pinocchio a un albero.

Nella penombra vedo una cosa scura, pelosa e a quattro zampe. "Non è un'uomo" pensai mentre la cosa scura si avvicinava sempre di più. Era un cinghiale che cercava castagne.

Piccolo com'ero lo vedevo enorme,  un mostro con denti aguzzi e occhi di brace. Prima che arrivasse vicino a me, in tre secondi mi arrampicai sul castagno. 

Mi piaceva sempre arrampicarmi sugli alberi, me lo aveva insegnato mio nonno. E mi aveva anche insegnato che si incontrava un cinghiale nel bosco magari una femmina coi piccoli era meglio salire più in alto possibile o scappare più veloce della luce.

Il cinghiale arrivò sotto di me, si fermò. Alzò la testa, tirando con il naso. Forse aveva sentito il mio odore. poi si guardò intorno e riprese la sua strada. 

Dopo qualche minuto, vidi una luce che dondolava sul sentiero che arrivava dal paese. Era la nonna che stava tornando con una gerla sulla spalle. 

Scesi dal castagno e gli dissi del cinghiale. "Sei stato bravo - mi disse dandomi una carezza - ora mettiamo i funghi nella gerla e andiamo a casa". 

 Il giorno dopo , dopo aver pulito i funghi, foderò la gerla con foglie di castagno, ci mise i funghi, una ventina di chili e andò nella cittadina a venderli.

La sera tornò, li aveva venduti tutti. Mi aveva comprato un pacchetto di caramelle alla frutta e poi mi disse: "Apri la mano, queste sono per te" 

 Le mie prime 500 lire le ho guadagnate così.